Frodi scientifiche: sempre alto il rischio

Autrice dell’articolo | Daniela Zardoni

Jan Hendrik Schön, Hwang Woo-suk ed Jon Sudbø sono, forse, gli esempi più noti, anche se non certo gli unici, di ciò che si definisce una frode scientifica.
Per chi non bazzica l’ambiente scientifico o, più semplicemente, ha poca simpatia per i nomi, di seguito si riporta brevemente per quanti e quali “meriti” essi siano saliti agli onori della cronaca.

Jan Hendrik Schön, che aveva un dottorato in fisica e lavorava presso i Bell Labs, all’inizio degli anni 2000 aveva strabiliato la comunità scientifica pubblicando su prestigiose riviste scientifiche quali Nature e Science, una serie di studi, tra le altre cose, sulla possibilità di cambiare le proprietà elettriche di alcuni materiali, così da trasformarli da isolanti in conduttori. (1)

Forse ancor più famoso, o famigerato, Hwang Woo-suk era ricercatore e professore di biotecnologie all’Università di Seoul.
Da due lavori pubblicati su Science nel 2004 (2) e nel 2005 (3) sembrava fosse riuscito a clonare cellule staminali embrionali umane, cosa che, pur tra mille controversie di tipo etico, avrebbe aperto la strada alla cosiddetta medicina rigenerativa.

Infine, Jon Sudbø, oncologo e Professore Associato presso l’Università di Oslo, nel 2005 aveva pubblicato su The Lancet (4) i risultati di uno studio che dimostrava che l’uso di antiinfiammatori non steroidei (FANS) come l’ibuprofene, potesse diminuire il rischio di cancro alla bocca nei fumatori.

L’importanza di tali scoperte fu chiara fin dall’inizio alla comunità scientifica tutta, tanto che fu un duro colpo rendersi conto che si trattava solamente di menzogne, invenzioni, dati costruiti ad arte ed assemblati a tavolino.

Nella migliore delle ipotesi, come fu scritto su Nature quando gli articoli di Schön furono ritirati, ciascun “… lavoro poteva anche contenere qualche idea legittima e [qualche] contributo” , pur tuttavia le indagini nate dalle controversie riguardo la veridicità o meno dei dati pubblicati, in tutti e tre i casi, confermarono la manipolazione illecita di questi ultimi da parte dei ricercatori.
Di qui articoli, premi e titoli ritirati, sanzioni, citazioni, scandali …
Ma come è stato possibile realizzare la frode?
E quale il suo limite, tale per cui il “delitto perfetto” non ha potuto essere consumato fino in fondo?

C’è chi sostiene che tutto sia da imputare al fatto che il sistema di peer-review sia malato. E non di una sola, ma di molteplici malattie. Ciò che gli stessi reviewers lamentano è, innanzitutto, la continua e considerevole crescita che il numero di articoli sottoposti alle riviste (soprattutto quelle ad elevato impatto) subisce di anno in anno. Ciò sembra trovare una spiegazione nel fatto che molte Università e molti Enti eroghino fondi per la ricerca solo a fronte di un consistente numero di pubblicazioni nelle riviste di cui sopra.

Il secondo problema è emerso grazie ad alcuni esperimenti condotti nel corso del tempo per saggiare la bontà del sistema: essi hanno evidenziato come pare sia pratica frequente favorire lavori in cui i risultati siano statisticamente significativi piuttosto che no (come a dire che solo un risultato positivo è un vero risultato) .

Oppure che i revisori siano più restii a cestinare un articolo scritto da qualcuno che conoscono o che a sua volta abbia citato nel testo una loro precedente pubblicazione.
Per non parlare dell’esplicita richiesta degli autori di sottomettere il lavoro ad un reviewer piuttosto che ad un altro, cosa che, se da un lato può essere vista come un modo per essere sicuri che i propri dati siano analizzati da persone estremamente competenti, dall’altro è chiaramente un segnale ad evitare un certo numero di revisori (6).

Ma saranno davvero così pochi?

In un editoriale apparso solo pochi mesi più tardi, sempre Kennedy, ha dovuto riconoscere che limitarsi a seguire le regole non è più sufficiente, dal momento che oggigiorno “…l’ambiente scientifico presenta maggiori incentivi per la produzione di lavori intenzionalmente fuorvianti o distorti da interessi personali” (7).

Tuttavia, non già per voler sminuire la portata dello scandalo, bensì per non tralasciare fatti degni di nota, gli eventi sopra ricordati non sono che la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Come, giustamente, ricordavano Nylenna e Simonsen su The Lancet (8) la nascita delle frodi scientifiche (almeno in campo medico) risale al 1974, anno in cui fu scoperta la notizia falsa di un trapianto di pelle eseguito in un ceppo di topi presso l’Istituto Sloan-Kettering di New-York.
A tale proposito essi sostengono che sia ben difficile stabilire una netta linea di demarcazione tra sonore cantonate prese in buona fede e manipolazioni sottili, e come buona parte dei ricercatori si muova spesso sul filo del rasoio8.
La colpa della continua ricaduta in una condotta eticamente inaccettabile, secondo gli autori, è da ricercarsi nella comunità scientifica stessa che dovrebbe assumersi maggiori responsabilità tanto nell’assicurare il rispetto dell’etica, con la definizione di precise regole a scopo preventivo e punitivo, quanto nel fare in modo che i casi aberranti non vengano passati sotto silenzio né sottostimati8.

Vero è, però, che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, e presto o tardi l’inganno viene scoperto. Anche la frode meglio studiata ha, fortunatamente, i suoi limiti. Il primo e più significativo è senza dubbio il fatto che, come nei casi appena visti, nessun altro sia stato in grado di riprodurre indipendentemente i risultati ottenuti nei laboratori che avevano originato lo studio.

Spesso, inoltre, il ricercatore in questione si fa prendere a tal punto dal proprio delirio di onnipotenza da non rendersi conto di diventare poco credibile: Schön, ad esempio, era giunto a pubblicare all’incirca un articolo a settimana. Lo scetticismo che accompagnò questo incredibile numero di scoperte fenomenali, fu ciò che indusse i colleghi, prima, ed il mondo scientifico, in seconda battuta, ad analizzare più attentamente i suoi dati.
Nel caso di Hwang, invece, il sistema iniziò a vacillare quando Gerald Schatten, collaboratore dell’Università di Pittsburgh, venne a conoscenza dell’utilizzo di una metodologia illecita nell’acquisizione degli oociti dalle donatrici e decise di interrompere ogni rapporto con il laboratorio.
La volontà di fare chiarezza fece il resto (9).
Ciò che più spaventa, tuttavia, e che riporta l’attenzione sul problema centrale, cioè sul fatto che non esista un sistema valido per riconoscere un buon lavoro da un artefatto, è il caso di Jon Sudbø.
Solo dopo la pubblicazione ci si accorse che 250 pazienti su 908 avevano la stessa data di nascitai (10).
Come è stato possibile?
Distrazione? O solo malriposta buona fede?

È evidente come l’impossibilità, o la non volontà, di visionare i dati originali di un articolo al momento del vaglio degli esperti comporti il rischio di frodi di questa portata.
E se, da un lato, è vero che prima o poi la frode viene a galla, è anche vero che, spesso, ciò richiede molto tempo ed è piuttosto verosimile che alcune di esse non vengano addirittura mai scoperte.

È risaputo infatti che, almeno sulla carta, molti manoscritti schierano un tale dispiegamento di risorse economiche ed umane spesso difficile da replicare e che, una volta accettati e pubblicati, essi diventano un gold standard nel relativo campo di ricerca.
Con tutti i riconoscimenti economici ed il prestigio che ne derivano per gli autori.
Ma non dimentichiamo quanti fondi ed energie potrebbero, invece, venir sprecati, per perseguire le potenziali innovazioni e i potenziali benefici che dovrebbero scaturire da queste scoperte.

Che, invece, non arriveranno mai.

 

Daniela Zardoni

 

Note e riferimenti bibliografici

peer-review: In italiano; revisione paritaria. E’ così definito il sistema di revisione della letteratura scientifica da parte delle riviste di settore prima della pubblicazione. I reviewers (revisori) sono a loro volta altri autori, esperti dell’argomento trattato nell’articolo che viene loro sottoposto. Il processo prevede, non tanto la correzione di bozze, bensì un più accurato e profondo lavoro di analisi dei dati e delle tecniche utilizzate per accertarsi che i risultati siano stati ottenuti in modo corretto.

(1) J. H. Schön, et al. Gate-induced superconductivity in a solution-processed organic polymer film. Nature 410, 189-192 (2001).

(2) W. S. Hwang, et al. Evidence of a pluripotent human embryonic stem cell line derived from a bloned blastocyst. Science 303, 1669-1674 (2004).

(3) W. S. Hwang, et al. Patient-specific embryonic stem cells derived from human SCNT blastocysts. Science 308, 1777-1783 (2005).

(4) J. Sudbø et al. Non-steroidal anti-inflammatory drugs and the risk of oral cancer: a nested case-control study. Lancet 366, 1359-1366 (2005).

(5) A. McCook. Is peer review broken? The Scientist – Magazine of the Life Sciences 20, 26 (2006).
http://www.the-scientist.com/article/display/23061/#ixzz18ktD30jR

(6) D. Kennedy. Good news-and bad. Science. 313, 145 (2006).

(7) D. Kennedy. Responding to fraud. Science. 314, 1353 (2006).

(8) M. Nylenna, S. Simonsen. Scientific misconduct: a new approach to prevention. Lancet 367, 1882-1884 (2006).

(9) Tutte le informazioni non altrimenti referenziate sono state tratte da wikipedia

(10) Cancer study patients ‘made up’. BBC News. 16 January 2006. http://news.bbc.co.uk/2/hi/health/4617372.stm

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