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	<title>ARCEM onlus</title>
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	<description>Associazione Italiana per la Ricerca sulle Patologie Cerebrali e del Midollo Spinale</description>
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		<title>5 per mille: forse sarebbe meglio…</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 13:12:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Rizzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riporto quì una versione leggermente modificata del primo post pubblicato nel mio blog perchè l&#8217;argomento trattato, il 5 per mille, continua a essere di attualità e penso che valga la pena parlare di una distorsione di questo meccanismo di cui non tutti i donatori sono al corrente. Questa distorsione crea delle iniquità tra le organizzazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riporto quì una versione leggermente modificata del primo <em>post</em> pubblicato nel mio blog perchè l&#8217;argomento trattato, il 5 per mille, continua a essere di attualità e penso che valga la pena parlare di una distorsione di questo meccanismo di cui non tutti i donatori sono al corrente. Questa distorsione crea delle iniquità tra le organizzazioni non-profit, iniquità che non hanno alcuna giustificazione.</p>
<p>L’introduzione dello strumento del 5 per mille è un evento certamente positivo nell’ambito del sostegno alle organizzazioni del cosiddetto Terzo Settore. Si concretizza in sede di dichiarazione dei redditi offrendo ai contribuenti la possibilità di poter donare, ogni 1000 Euro di tasse versate allo Stato, 5 Euro a un ente non-profit specificamente scelto dal contribuente. In tal caso, il contribuente deve indicare nell’apposito riquadro il codice fiscale dell’organizzazione che intende sostenere e sottoscrivere tale scelta.</p>
<p>In alternativa, il contribuente può decidere di non agevolare nello specifico alcun ente ma di favorire un intero settore e ciò avviene con l’apposizione della sola firma senza l’indicazione di alcun codice fiscale.</p>
<p>Ma questi ultimi contribuenti sanno come verrà suddiviso il loro 5 per mille?</p>
<p>Questo, a mio avviso, è un punto importante su cui meditare. Ecco ciò che accade, con un esempio. Il signor Rossi ritiene che le organizzazioni del non-profit siano tutte meritevoli. Non volendo sostenerne una in particolare, si limita alla sola apposizione della propria firma nell’apposito riquadro del 5 per mille. Così facendo, forse, il signor Rossi vorrebbe esprimere la propria volontà affinché il suo contributo venga ripartito in parti uguali tra tutte le organizzazioni di quello stesso settore. Invece, la quota del 5 per mille del signor Rossi verrà accantonata unitamente alle quote di tutti coloro che si sono comportati in maniera analoga al signor Rossi e il fondo così costituito verrà suddiviso in maniera <em>proporzionale</em>, e non in parti uguali. Questo significa che se un’organizzazione ha ricevuto per espressa volontà dei contribuenti una quantità di denaro pari, diciamo, al 2,23 % di tutto il 5 per mille che i contribuenti hanno destinato per espressa volontà alle singole organizzazioni, allora quella stessa organizzazione riceverà il 2,23 % del denaro accumulato in seguito alle scelte “generaliste” (mi si passi il termine) effettuate dai vari signori Rossi. </p>
<p>E’ evidente che questo meccanismo privilegia, paradossalmente, le organizzazioni che già hanno ricevuto molto. Addirittura, più hanno ricevuto e più attingeranno dal fondo costituito con tutti i 5 per mille dei vari signori Rossi, anche se, nello specifico, quella stessa organizzazione non è mai stata ritenuta più meritevole rispetto ad altre da nessuno dei signori Rossi!</p>
<p>Vi sembra questo un meccanismo ben ponderato ed eticamente accettabile, non solo nei confronti delle organizzazioni minori ma anche nei confronti dei vari signori Rossi? A parere di chi scrive, lo Stato non dovrebbe permettere che ciò accada, perché sia da un punto di vista etico, sia di fronte alle leggi giuridiche e fiscali, nessuna organizzazione del non-profit è più nobile o meritevole di un’altra, perlomeno agli occhi di uno Stato che dovrebbe porsi come arbitro imparziale in questo scenario e farsi garante di una gestione più equa, direi più etica, di questo strumento. Proprio in quanto Stato.<br />
Non occorre certo la lungimiranza degli analisti di mercato per capire che in questo modo a rimanere escluse dai benefici del 5 per mille saranno le piccole e medie realtà del non-profit, quelle cioè più bisognose di quei mezzi di sostentamento che proprio lo strumento del 5 per mille avrebbe dovuto fornire loro. Una soluzione ragionevole sarebbe certamente quella di impedire alle organizzazioni che hanno beneficiato di una certa cifra (ad esempio, che hanno ottenuto più di un milione di Euro) di poter accedere anche alla spartizione del fondo “dei signori Rossi”. Inoltre, questo fondo dovrebbe essere ripartito in maniera equa, e non proporzionale, tra tutte le rimanenti organizzazioni.</p>
<p>Sono convinto che se lo Stato provvedesse a distribuire meglio questa risorsa, l&#8217;impulso allo sviluppo del Terzo Settore sarebbe molto più incisivo, promuovendo la crescita di molte e meritevoli realtà del non-profit in maniera efficace.</p>
<p>E ciò a vantaggio esclusivo dell’intera società.</p>
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		<title>Contributo Associazione Iniziative e Attività Sociali Bipiemme</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 18:05:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qui di seguito vi riporto il testo della lettera che ho inoltrato alla presidenza dell’ Associazione Iniziative e Attività Sociali Bipiemme per chiedere un contributo a sostegno delle nostre attività. E’ un piccolo resoconto della nostra attività e del nostro modo di vedere le cose. Penso che anche quest’ultimo punto sia importante. Colgo l&#8217;occasione per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qui di seguito vi riporto il testo della lettera che ho inoltrato alla presidenza dell’ Associazione Iniziative e Attività Sociali Bipiemme per chiedere un contributo a sostegno delle nostre attività. E’ un piccolo resoconto della nostra attività e del nostro modo di vedere le cose. Penso che anche quest’ultimo punto sia importante.</p>
<p>Colgo l&#8217;occasione per ringraziare tutti coloro che ci sono vicini e che con fiducia ci sostengono e ci spingono verso mete sempre più ambiziose.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Vittuone, 13 dicembre 2011</p>
<p>Egr. Sig. Presidente,</p>
<p>ARCEM &#8211; Associazione Italiana per la Ricerca sulle Patologie Cerebrali e del Midollo Spinale &#8211; Onlus, è un’organizzazione non-profit il cui obbiettivo primario è di sostenere la ricerca biomedica nell’ambito delle malattie che colpiscono il cervello e il midollo spinale. Da quando siamo nati (gennaio 2005) abbiamo cercato di perseguire il nostro fine statutario in tutti i modi possibili. In particolare, mi preme segnalare che l’esiguità delle risorse economiche non ci ha impedito di rendere disponibili alla comunità scientifica strumenti di lavoro importanti volti a promuovere e a rafforzare l’interdisciplinarietà della ricerca, cosa nella quale crediamo in maniera assoluta. Con questo fine, ad esempio, abbiamo reso disponibili per i ricercatori dei sofisticati programmi di analisi dei tracciati elettroencefalografici utilizzati nell’ambito della ricerca sull’epilessia. Inoltre, grazie alla collaborazione attualmente in corso tra ARCEM e alcuni ingegneri dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) abbiamo reso possibile ai ricercatori l’accesso a imponenti risorse di calcolo che possono essere utilizzate per approfondire la relazione tra dati clinici e importanti patologie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson. Ciò grazie anche agli importanti database clinici internazionali ai quali l’associazione, nella persona del suo attuale presidente, ha avuto accesso proprio recentemente. Vorrei anche segnalare che questi strumenti hanno permesso di realizzare due studi scientifici che sono stati pubblicati rispettivamente su una rivista specialistica internazionale e su un libro focalizzato all’utilizzo delle tecnologie di calcolo avanzato nella ricerca biomedica.</p>
<p>Questi nostri primi anni di impegno ci hanno permesso di maturare e di acquisire la consapevolezza che il miglior modo per promuovere una ricerca avanzata e di qualità sia quello di fare ricerca direttamente. Questo a vantaggio di tutta la società. E’ con questa consapevolezza che vogliamo fondare un nuovo ente di ricerca non-profit sulle patologie cerebrali e del midollo spinale e per questo abbiamo veramente bisogno dell’aiuto di tutti, soprattutto ora in cui tutti noi, tutta la nostra società, sta attraversando un periodo davvero molto difficile. Il nostro scopo a lungo termine è quello di creare una organizzazione non-profit di ricerca biomedica nell’ambito delle neuroscienze in grado di mantenersi da sola con le proprie attività, e che rivesta il duplice ruolo di punto di riferimento scientifico e realtà economica non-profit pienamente inserita nel proprio tessuto sociale. Questo è ciò che noi pensiamo possa essere il nostro contributo alla costituzione di una vera società basata sulla conoscenza, cosa di cui sempre più spesso si parla.</p>
<p>Un contributo da parte dell’associazione Iniziative e Attività Sociali Bipiemme, avrebbe il duplice importante effetto, da un lato, di sostenere davvero e concretamente la nostra iniziativa e, dall’altro, di riconoscere e promuovere anche la nostra immagine in quanto associazione che davvero opera a favore della società, e questo per noi è altrettanto importante.</p>
<p>E’ con la speranza di aver suscitato in Lei del vivo interesse per le nostre attività e per la nostra più recente e importante iniziativa che cordialmente la saluto rimanendo a sua completa disposizione per qualunque chiarimento ritenesse necessario avere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">                                                                                                              Massimo Rizzi</p>
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		<title>Frodi scientifiche: sempre alto il rischio</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 10:05:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Autrice dell&#8217;articolo &#124; Daniela Zardoni Jan Hendrik Schön, Hwang Woo-suk ed Jon Sudbø sono, forse, gli esempi più noti, anche se non certo gli unici, di ciò che si definisce una frode scientifica. Per chi non bazzica l’ambiente scientifico o, più semplicemente, ha poca simpatia per i nomi, di seguito si riporta brevemente per quanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="padding-top: 40px;"><em>Autrice dell&#8217;articolo | <a title="Daniela Zardoni" href="https://twitter.com/#!/quaglia9giga" target="_blank">Daniela Zardoni</a></em></p>
<p style="padding-top: 40px;">Jan Hendrik Schön, Hwang Woo-suk ed Jon Sudbø sono, forse, gli esempi più noti, anche se non certo gli unici, di ciò che si definisce una frode scientifica.<br />
Per chi non bazzica l’ambiente scientifico o, più semplicemente, ha poca simpatia per i nomi, di seguito si riporta brevemente per quanti e quali &#8220;meriti&#8221; essi siano saliti agli onori della cronaca.</p>
<p>Jan Hendrik Schön, che aveva un dottorato in fisica e lavorava presso i Bell Labs, all’inizio degli anni 2000 aveva strabiliato la comunità scientifica pubblicando su prestigiose riviste scientifiche quali Nature e Science, una serie di studi, tra le altre cose, sulla possibilità di cambiare le proprietà elettriche di alcuni materiali, così da trasformarli da isolanti in conduttori. <abbr title="J. H. Schön, et al. Gate-induced superconductivity in a solution-processed organic polymer film. Nature 410, 189-192 (2001)."><sup>(1)</sup></abbr></p>
<p>Forse ancor più famoso, o famigerato, Hwang Woo-suk era ricercatore e professore di biotecnologie all’Università di Seoul.<br />
Da due lavori pubblicati su Science nel 2004 <abbr title="W. S. Hwang, et al. Evidence of a pluripotent human embryonic stem cell line derived from a bloned blastocyst. Science 303, 1669-1674 (2004)."><sup>(2)</sup></abbr> e nel 2005 <abbr title="W. S. Hwang, et al. Patient-specific embryonic stem cells derived from human SCNT blastocysts. Science 308, 1777-1783 (2005). "><sup>(3)</sup></abbr> sembrava fosse riuscito a clonare cellule staminali embrionali umane, cosa che, pur tra mille controversie di tipo etico, avrebbe aperto la strada alla cosiddetta medicina rigenerativa.</p>
<p>Infine, Jon Sudbø, oncologo e Professore Associato presso l’Università di Oslo, nel 2005 aveva pubblicato su The Lancet <abbr title="Sudbø et al. Non-steroidal anti-inflammatory drugs and the risk of oral cancer: a nested case-control study. Lancet 366, 1359-1366 (2005)."><sup>(4)</sup></abbr> i risultati di uno studio che dimostrava che l’uso di antiinfiammatori non steroidei (FANS) come l’ibuprofene, potesse diminuire il rischio di cancro alla bocca nei fumatori.</p>
<p>L’importanza di tali scoperte fu chiara fin dall’inizio alla comunità scientifica tutta, tanto che fu un duro colpo rendersi conto che si trattava solamente di menzogne, invenzioni, dati costruiti ad arte ed assemblati a tavolino.</p>
<p>Nella migliore delle ipotesi, come fu scritto su Nature quando gli articoli di Schön furono ritirati, ciascun &#8220;… lavoro poteva anche contenere qualche idea legittima e [qualche] contributo&#8221; , pur tuttavia le indagini nate dalle controversie riguardo la veridicità o meno dei dati pubblicati, in tutti e tre i casi, confermarono la manipolazione illecita di questi ultimi da parte dei ricercatori.<br />
Di qui articoli, premi e titoli ritirati, sanzioni, citazioni, scandali …<br />
Ma come è stato possibile realizzare la frode?<br />
E quale il suo limite, tale per cui il &#8220;delitto perfetto&#8221; non ha potuto essere consumato fino in fondo?</p>
<p>C’è chi sostiene che tutto sia da imputare al fatto che il sistema di peer-review sia malato. E non di una sola, ma di molteplici malattie. Ciò che gli stessi reviewers lamentano è, innanzitutto, la continua e considerevole crescita che il numero di articoli sottoposti alle riviste (soprattutto quelle ad elevato impatto) subisce di anno in anno. Ciò sembra trovare una spiegazione nel fatto che molte Università e molti Enti eroghino fondi per la ricerca solo a fronte di un consistente numero di pubblicazioni nelle riviste di cui sopra.</p>
<p>Il secondo problema è emerso grazie ad alcuni esperimenti condotti nel corso del tempo per saggiare la bontà del sistema: essi hanno evidenziato come pare sia pratica frequente favorire lavori in cui i risultati siano statisticamente significativi piuttosto che no (come a dire che solo un risultato positivo è un vero risultato) .</p>
<p>Oppure che i revisori siano più restii a cestinare un articolo scritto da qualcuno che conoscono o che a sua volta abbia citato nel testo una loro precedente pubblicazione.<br />
Per non parlare dell’esplicita richiesta degli autori di sottomettere il lavoro ad un reviewer piuttosto che ad un altro, cosa che, se da un lato può essere vista come un modo per essere sicuri che i propri dati siano analizzati da persone estremamente competenti, dall’altro è chiaramente un segnale ad evitare un certo numero di revisori <abbr title="A. McCook. Is peer review broken? The Scientist – Magazine of the Life Sciences 20, 26 (2006).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;<br />
http://www.the-scientist.com/article/display/23061/#ixzz18ktD30jR&#8221;><sup>(5)</sup></abbr> eventualmente ostili (e, quindi, una più probabile &#8220;bocciatura&#8221;).<br />
Nondimeno, sembra non esserci alcuna valida alternativa.</p>
<p>Lo stesso Donald Kennedy, direttore di Science, all’indomani dello scandalo sulle staminali, ha dichiarato di credere fermamente in questo sistema, sebbene esso non sia infallibile. Per dirlo con le sue parole: sarebbe troppo dispendioso e &#8220;offensivo&#8221; nei confronti dei ricercatori pretendere di visionare i quaderni di laboratorio della stragrande maggioranza di loro, per riuscire a scovare i pochi mistificatori <abbr title="D. Kennedy. Responding to fraud. Science. 314, 145(2006)."><sup>(6)</sup></abbr>.</p>
<p>Ma saranno davvero così pochi?</p>
<p>In un editoriale apparso solo pochi mesi più tardi, sempre Kennedy, ha dovuto riconoscere che limitarsi a seguire le regole non è più sufficiente, dal momento che oggigiorno &#8220;…l’ambiente scientifico presenta maggiori incentivi per la produzione di lavori intenzionalmente fuorvianti o distorti da interessi personali&#8221; <abbr title="D. Kennedy. Responding to fraud. Science. 314, 1353 (2006)."><sup>(7)</sup></abbr>.</p>
<p>Tuttavia, non già per voler sminuire la portata dello scandalo, bensì per non tralasciare fatti degni di nota, gli eventi sopra ricordati non sono che la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.<br />
Come, giustamente, ricordavano Nylenna e Simonsen su The Lancet <abbr title="M. Nylenna, S. Simonsen. Scientific misconduct: a new approach to prevention. Lancet 367, 1882-1884 (2006)."><sup>(8)</sup></abbr> la nascita delle frodi scientifiche (almeno in campo medico) risale al 1974, anno in cui fu scoperta la notizia falsa di un trapianto di pelle eseguito in un ceppo di topi presso l’Istituto Sloan-Kettering di New-York.<br />
A tale proposito essi sostengono che sia ben difficile stabilire una netta linea di demarcazione tra sonore cantonate prese in buona fede e manipolazioni sottili, e come buona parte dei ricercatori si muova spesso sul filo del rasoio8.<br />
La colpa della continua ricaduta in una condotta eticamente inaccettabile, secondo gli autori, è da ricercarsi nella comunità scientifica stessa che dovrebbe assumersi maggiori responsabilità tanto nell’assicurare il rispetto dell’etica, con la definizione di precise regole a scopo preventivo e punitivo, quanto nel fare in modo che i casi aberranti non vengano passati sotto silenzio né sottostimati8.</p>
<p>Vero è, però, che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, e presto o tardi l’inganno viene scoperto. Anche la frode meglio studiata ha, fortunatamente, i suoi limiti. Il primo e più significativo è senza dubbio il fatto che, come nei casi appena visti, nessun altro sia stato in grado di riprodurre indipendentemente i risultati ottenuti nei laboratori che avevano originato lo studio.</p>
<p>Spesso, inoltre, il ricercatore in questione si fa prendere a tal punto dal proprio delirio di onnipotenza da non rendersi conto di diventare poco credibile: Schön, ad esempio, era giunto a pubblicare all’incirca un articolo a settimana. Lo scetticismo che accompagnò questo incredibile numero di scoperte fenomenali, fu ciò che indusse i colleghi, prima, ed il mondo scientifico, in seconda battuta, ad analizzare più attentamente i suoi dati.<br />
Nel caso di Hwang, invece, il sistema iniziò a vacillare quando Gerald Schatten, collaboratore dell’Università di Pittsburgh, venne a conoscenza dell’utilizzo di una metodologia illecita nell’acquisizione degli oociti dalle donatrici e decise di interrompere ogni rapporto con il laboratorio.<br />
La volontà di fare chiarezza fece il resto <abbr title="Tutte le informazioni non altrimenti referenziate sono state tratte da www.wikipedia.it"><sup>(9)</sup></abbr>.<br />
Ciò che più spaventa, tuttavia, e che riporta l’attenzione sul problema centrale, cioè sul fatto che non esista un sistema valido per riconoscere un buon lavoro da un artefatto, è il caso di Jon Sudbø.<br />
Solo dopo la pubblicazione ci si accorse che 250 pazienti su 908 avevano la stessa data di nascitai <abbr title="Cancer study patients 'made up'. BBC News. 16 January 2006. http://news.bbc.co.uk/2/hi/health/4617372.stm"><sup>(10)</sup></abbr>.<br />
Come è stato possibile?<br />
Distrazione? O solo malriposta buona fede?</p>
<p>È evidente come l’impossibilità, o la non volontà, di visionare i dati originali di un articolo al momento del vaglio degli esperti comporti il rischio di frodi di questa portata.<br />
E se, da un lato, è vero che prima o poi la frode viene a galla, è anche vero che, spesso, ciò richiede molto tempo ed è piuttosto verosimile che alcune di esse non vengano addirittura mai scoperte.</p>
<p>È risaputo infatti che, almeno sulla carta, molti manoscritti schierano un tale dispiegamento di risorse economiche ed umane spesso difficile da replicare e che, una volta accettati e pubblicati, essi diventano un gold standard nel relativo campo di ricerca.<br />
Con tutti i riconoscimenti economici ed il prestigio che ne derivano per gli autori.<br />
Ma non dimentichiamo quanti fondi ed energie potrebbero, invece, venir sprecati, per perseguire le potenziali innovazioni e i potenziali benefici che dovrebbero scaturire da queste scoperte.</p>
<p>Che, invece, non arriveranno mai.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Daniela Zardoni</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>Note e riferimenti bibliografici</h3>
<p>peer-review: In italiano; revisione paritaria. E’ così definito il sistema di revisione della letteratura scientifica da parte delle riviste di settore prima della pubblicazione. I reviewers (revisori) sono a loro volta altri autori, esperti dell’argomento trattato nell’articolo che viene loro sottoposto. Il processo prevede, non tanto la correzione di bozze, bensì un più accurato e profondo lavoro di analisi dei dati e delle tecniche utilizzate per accertarsi che i risultati siano stati ottenuti in modo corretto.</p>
<p>(1) J. H. Schön, et al. Gate-induced superconductivity in a solution-processed organic polymer film. Nature 410, 189-192 (2001).</p>
<p>(2) W. S. Hwang, et al. Evidence of a pluripotent human embryonic stem cell line derived from a bloned blastocyst. Science 303, 1669-1674 (2004).</p>
<p>(3) W. S. Hwang, et al. Patient-specific embryonic stem cells derived from human SCNT blastocysts. Science 308, 1777-1783 (2005).</p>
<p>(4) J. Sudbø et al. Non-steroidal anti-inflammatory drugs and the risk of oral cancer: a nested case-control study. Lancet 366, 1359-1366 (2005).</p>
<p>(5) A. McCook. Is peer review broken? The Scientist – Magazine of the Life Sciences 20, 26 (2006).<br />
<a href="http://www.the-scientist.com/article/display/23061/#ixzz18ktD30jR">http://www.the-scientist.com/article/display/23061/#ixzz18ktD30jR</a></p>
<p>(6) D. Kennedy. Good news-and bad. Science. 313, 145 (2006).</p>
<p>(7) D. Kennedy. Responding to fraud. Science. 314, 1353 (2006).</p>
<p>(8) M. Nylenna, S. Simonsen. Scientific misconduct: a new approach to prevention. Lancet 367, 1882-1884 (2006).</p>
<p>(9) Tutte le informazioni non altrimenti referenziate sono state tratte da <a title="wikipedia" href="http://www.wikipedia.it">wikipedia</a></p>
<p>(10) Cancer study patients &#8216;made up&#8217;. BBC News. 16 January 2006. <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/health/4617372.stm">http://news.bbc.co.uk/2/hi/health/4617372.stm</a></p>
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		<title>La Rabbia dei Vampiri</title>
		<link>http://www.arcem.it/la-rabbia-dei-vampiri-2/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 07:48:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Rizzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Molte prove sono a favore del fatto che una zoonosi (cioè una malattia trasmessa all&#8217;uomo dagli animali) possa aver giocato un ruolo chiave nella genesi della leggenda sui vampiri. Ciò è in accordo con la teoria antropologica secondo la quale molte leggende popolari sono basate su fatti realmente accaduti. Da questo punto di vista, sostenere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="padding-top: 40px;">Molte prove sono a favore del fatto che una zoonosi (cioè una malattia trasmessa all&#8217;uomo dagli animali) possa aver giocato un ruolo chiave nella genesi della leggenda sui vampiri.</p>
<p>Ciò è in accordo con la teoria antropologica secondo la quale molte leggende popolari sono basate su fatti realmente accaduti. Da questo punto di vista, sostenere che il vampiro sia un personaggio di pura fantasia è certamente inappropriato.</p>
<p>E&#8217; il maggio del 1693 quando un articolo appare sulla gazzetta parigina &#8220;<em>Mercure Galant</em>&#8221; citando il rinvenimento di strani cadaveri di uomini e animali il cui sangue era rimasto nello stato liquido. In seguito a questa notizia, si diffuse a macchia d&#8217;olio in Europa la credenza che quei corpi non fossero davvero morti e che, chiamati dal diavolo, avessero abbandonato spontaneamente le loro tombe.</p>
<p>Questa fu la prima &#8220;apparizione&#8221; ufficiale dei vampiri.</p>
<p>La risonanza della notizia fu tale che, come successivamente notò Voltaire nel suo &#8220;<em>Dictionnaire Philosophique</em>&#8221; del 1784, &#8220;&#8230; i vampiri erano la solo materia di conversazione tra il 1730 e il 1735&#8230;&#8221;.</p>
<p>L&#8217;episodio più famoso di vampirismo coinvolse il villaggio serbo di Medvedja, nell&#8217;inverno 1731-1732. La morte di alcuni contadini venne attribuita a un vampiro che, secondo quanto riportato, uccise anche altre persone e svariati animali nei villaggi limitrofi.</p>
<p>Complessivamente furono rinvenuti 17 cadaveri, tutti con &#8220;&#8230; chiari segni di vampirismo &#8230;&#8221;.<br />
I corpi, secondo i dettami del caso, &#8220;<em>&#8230; vennero trafitti con un paletto, decapitati e infine cremati &#8230;</em>&#8220;.</p>
<p>Solo i dati raccolti dagli antropologi attraverso i racconti e le presunte testimonianze del tempo permettono di ben delineare la figura del vampiro e lo stato d&#8217;animo con il quale vivevano le comunità coinvolte nel fenomeno del vampirismo.</p>
<p><em>&#8220;&#8230; Nei villaggi infestati dai vampiri, i giorni e le notti si rincorrono all&#8217;insegna dell&#8217;eterna lotta tra il bene e il male &#8230; E&#8217; già all&#8217;imbrunire che i contadini ritirano frettolosamente il bestiame e si accertano che mogli e figli siano già rincasati. Mentre l&#8217;oscurità avanza, l&#8217;aria si impregna degli odori dell&#8217;aglio accuratamente sfregato sulle porte e della resina degli alberi che lentamente brucia sui davanzali delle finestre. Nelle case, il silenzio, mentre fuori solo l&#8217;ululato dei cani fende l&#8217;aria della notte ormai giunta &#8230; D&#8217;improvviso il silenzio. Poi qualche latrato e di nuovo il silenzio. I contadini ora sanno che anche questa notte è tornato&#8230;&#8221;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>&#8220;&#8230; Il vampiro, creatura della notte, si è destato dopo il lungo riposo e ha bisogno di nutrirsi di sangue e di anime &#8230; La sua ferocia è seconda solo alla sua capacità di tramutarsi da uomo ad animale.  Sovente assume le sembianze di un cane, un lupo, un gatto oppure un pipistrello ma all&#8217;occorrenza sa anche rendersi perfettamente invisibile &#8230; Nel suo incessante errare, ogni creatura dal sangue caldo è la benvenuta; gli abitanti del villaggio sanno che l&#8217;attacco del vampiro è rapido, violento e letale &#8230; Il suo morso non lascia scampo ma il peggio è che non a tutti è concesso di morire subito: molti uomini e animali sazieranno anche la sete di anime del vampiro e, dopo giorni di agonia, lasceranno le spoglie mortali divenendo anch&#8217;essi creature della notte &#8230; &#8220;. &#8221; &#8230; Il vampiro, tranne rare eccezioni, è maschio e con il suo incessante e morboso desiderio di accoppiarsi lascia sovente una scia di feroci stupri lungo il suo cammino; è il modo che predilige per scegliere le compagne del suo eterno vagabondare senza meta &#8230;&#8221;.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>&#8220;&#8230; I contadini non ricordano più, ormai, quante notti di veglia e preghiera hanno trascorso e mentre lo sconforto li assale ecco che la notte lentamente si ritira, cedendo il passo al giorno che silente si avvicina &#8230; I preti e i contadini sanno già ciò che devono fare &#8230; E&#8217; là, nei cimiteri, che occorre andare &#8230; Tutti sanno che alle prime luci dell&#8217;alba i vampiri, ormai saziati dal sangue delle loro vittime, si rifugiano nell&#8217;oscurità delle loro tombe e lì giacciono quiescenti nell&#8217;attesa che il giorno passi &#8230; Ma il loro bell&#8217;aspetto li tradirà, svelando la loro presenza tra i comuni defunti: quel corpo pallido ben conservato, la pelle tesa e la bava ancora insanguinata che circonda le loro bocche non lasciano dubbi &#8230; E&#8217; in questo momento che il vampiro è vulnerabile e non c&#8217;è un momento da perdere &#8230; I preti indicano ai contadini cosa fare: l&#8217;unico modo per udire il grugnito del vampiro che muore è quello di trapassare il suo corpo con un paletto &#8230; Poi occorre decapitarlo e cremarlo e, infine, spargere dell&#8217;acqua intorno alle ceneri &#8230;&#8221;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>&#8220;&#8230; Non ci sono state vittime tra gli uomini, questa notte, solo cani e qualche gatto &#8230; I dotti del villaggio hanno ben insegnato che l&#8217;uso dell&#8217;aglio, dell&#8217;acqua e degli specchi possono fare la differenza tra la vita e la dannazione eterna &#8230; In presenza di questi strumenti del bene il vampiro non muore ma il suo volto si contrae in una smorfia di dolore, il respiro diviene affannoso e, mentre la gola gli si chiude in un&#8217;invisibile morsa, una schiuma sanguinolenta gli esce dalla bocca e il vampiro in preda agli spasmi e a deliranti grugniti, muta le sue feroci sembianze in una maschera di terrore &#8230;&#8221;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>&#8220;&#8230; Ma scampare all&#8217;attacco di un vampiro non è sufficiente per sottrarsi al destino della dannazione eterna &#8230; Per non diventare vampiri, i contadini sanno che devono fare attenzione a non nutrirsi delle carni delle vittime di questi esseri demoniaci e osservare un comportamento retto, evitando accuratamente di avere rapporti sessuali promiscui&#8230;&#8221;.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>&#8220;&#8230; Ma il giorno non è mai lungo abbastanza per scovare e uccidere tutti i vampiri nascosti nei<br />
cimiteri dei villaggi e, col nuovo volgere delle tenebre, vecchie e nuove anime dannate si destano in cerca delle loro prossime vittime&#8230;&#8221;.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8230; E il cerchio ricomincia &#8230;</p>
<p>E&#8217; possibile, oggi, dare una spiegazione razionale a questi racconti, tale da giustificare da un punto di vista medico-antropologico l&#8217;esistenza di esseri con le caratteristiche attribuite ai vampiri?<br />
A questo proposito oggi sappiamo che l&#8217;aggressività, l&#8217;ipersessualità e la tendenza alla vita notturna si riscontrano nei pazienti con disfunzioni in alcune strutture del sistema limbico come l&#8217;ipotalamo, il complesso dell&#8217;amigdala e l&#8217;ippocampo. Inoltre, il coinvolgimento di uomini e animali nel vampirismo e il fatto che il morso del vampiro possa trasformare le proprie vittime in altrettanti suoi simili, sono certamente evocativi di una zoonosi trasmissibile attraverso un morso.</p>
<p>A questo punto non rimane che chiedersi: quale forma di zoonosi letale può nel complesso rendere ragione dei disturbi del sistema limbico, della presenza di sangue liquido nei cadaveri, del morso fatale dei vampiri e, inoltre, sia cronologicamente e geograficamente compatibile con le origini delle varie leggende?</p>
<p>Una sola forma di zoonosi può tanto: la rabbia.</p>
<p>Tra la fine del 17° secolo e la prima metà del 18°, la rabbia si abbattè frequentemente in Europa, soprattutto nell&#8217;area dei Balcani. Una grande epidemia venne documentata con certezza in Ungheria, tra il 1721 e il 1728. Non a caso i Balcani sono la regione dei vampiri per antonomasia. Il virus della rabbia viene solitamente introdotto nell&#8217;organismo attraverso un morso. Sono note però anche altre vie di infezione quali le mucose della bocca e dei genitali e anche attraverso le vie aeree, infatti, il virus è solitamente presente nell&#8217;aria delle caverne densamente popolate da alcune specie di pipistrello. La rabbia incide in maggior misura sulla popolazione maschile rispetto a quella femminile (circa 7 volte) sia nell&#8217;uomo che negli animali e prevale soprattutto nelle zone rurali.</p>
<p>Dopo un intervallo silente, il virus raggiunge il sistema nervoso centrale attraverso i nervi periferici.<br />
Nell&#8217;uomo, il periodo di incubazione dura da meno di 10 giorni a diversi anni (solitamente tra le 2 settimane e i 2 mesi). I primi sintomi comprendono la perdita dell&#8217;appetito, febbre, ansia, disturbi del sonno e affaticamento per diversi giorni. Successivamente, nell&#8217;uomo si sviluppa una forma di encefalite, conosciuta come rabbia furiosa, dovuta alla predilizione del virus per il sistema limbico, mentre in poco meno del 20% dei pazienti i sintomi assumono la forma di una paralisi progressiva (rabbia paralizzante).</p>
<p>I pazienti affetti dalla rabbia furiosa manifestano la tendenza al delirio, irrequietezza, disfunzioni del sistema vegetativo , ipersensibilità agli stimoli, insonnia persistente e<br />
una crescente agitazione.</p>
<p>Nel giro di alcuni giorni, le principali caratteristiche della rabbia, l&#8217; idrofobia e gli spasmi muscolari, diventano evidenti.<br />
Solo la rabbia, in alcuni casi, può davvero richiamare il vampirismo molto da vicino. Gli spasmi solitamente coinvolgono la faccia, la laringe e i muscoli faringei, causando l&#8217;emissione di suoni rauchi e inducendo un aspetto &#8220;&#8230; come quello di un animale, con i denti serrati e le labbra retratte &#8230;&#8221;.</p>
<p>Allo stesso tempo, la saliva, non potendo essere deglutita, produce una schiuma sanguinolenta alla bocca, spesso accompagnata da vomito. Gli spasmi sono generalmente scatenati da alcuni stimoli, come la deglutizione o la semplice vista dell&#8217;acqua (idrofobia), la luce e i riflessi sulle superfici lucide (fotofobia), i rumori intensi e le sostanze fortemente odorose.</p>
<p>Nei casi più gravi, si manifestano accessi di ira che possono essere impressionanti. Come riportato in uno dei primi studi sulla rabbia pubblicato a Parigi nel 1780, &#8220;&#8230; Il paziente rabbioso si avventa contro le persone che gli si avvicinano, mordendole e graffiandole come se fosse un animale selvaggio &#8230;&#8221;.</p>
<p>Oggi, questo quadro drammatico si riscontra raramente, in parte per l&#8217;intervento medico e in parte perché l&#8217;aggressività causata dalla rabbia è inversamente correlata al livello culturale del paziente.<br />
Altre informazioni sulle drammatiche condizioni delle vittime di questo virus, giungono da uno dei primi trattati sulla rabbia , pubblicato a Parigi nel 1912: &#8220;&#8230; durante i periodi di quiete, il paziente giace a letto, mentalmente cosciente ma terrorizzato, con sbuffi di saliva sanguinolenta che fuoriescono dalla bocca. Questo stadio è spesso accompagnato da incubi e allucinazioni &#8230;&#8221;.</p>
<p>Difficoltà di respirazione e la sensazione di una morsa alla gola sono anch&#8217;essi tra i sintomi più frequenti.<br />
L&#8217;ipersessualità può essere una delle manifestazioni sorprendenti della rabbia furiosa. Nello stesso trattato si riporta che &#8220;&#8230; alcuni uomini possono avere un&#8217;erezione della durata di diversi giorni, persino associata ad eiaculazione &#8230;&#8221;.  La letteratura riporta casi di pazienti affetti dalla rabbia che avevano rapporti fino a 30 volte al giorno o che si erano resi protagonisti di ripetuti tentativi di stupro.<br />
I pazienti con la rabbia normalmente vivono meno di 2 settimane e muoiono per asfissia o arresto cardiorespiratorio. E&#8217; risaputo come queste cause di decesso inducano nei cadaveri una prolungata persistenza della fluidità del sangue, spiegando in tal modo perché, ai quei tempi, i corpi con questa caratteristica postmortem fossero considerati, al di là di ogni dubbio, dei vampiri quiescenti.</p>
<p>La rabbia è una zoonosi isosintomatica, dato che è in grado di indurre gli stessi disturbi sia<br />
nell&#8217;uomo che negli animali e proprio questa peculiarità è in grado di spiegare la soprannaturale capacità dei vampiri di tramutarsi da uomini in animali; infatti, è plausibile immaginare che, nella semplice mentalità delle comunità rurali del tempo, uomini e animali in preda agli stessi sintomi venissero considerati come le diverse sembianze di un unico essere diabolico.<br />
Durante la seconda metà del 18° secolo, i vampiri &#8220;scomparvero&#8221; progressivamente dai Balcani per riapparire più tardi nei lavori di molti scrittori Europei ed Americani. Il più noto tra i vampiri, il principe Dracula, venne creato nel 1897. Il suo nome e alcuni dei suoi attributi derivano da un signorotto della Valacchia vissuto nel 15° secolo, noto per i metodi brutali adottati nell&#8217;amministrare la giustizia ma che non ebbe mai alcuna relazione con le leggende sui vampiri.</p>
<p>In conclusione, la tendenza ad attribuire i fenomeni oscuri a forze metafisiche (animismo) e le<br />
scarse conoscenze mediche, hanno certamente giocato un ruolo determinante nella genesi delle leggende sui vampiri. A quei tempi, la rabbia era conosciuta come una zoonosi trasmessa unicamente dal morso dei cani e pertanto, in altri contesti, la sua diagnosi poteva facilmente sfuggire. Questo poteva capitare se il morso fosse stato di vecchia data oppure dovuto ad un animale diverso da un cane, se il contagio fosse avvenuto attraverso l&#8217;inalazione o il contatto sessuale. Inoltre, certi sintomi della rabbia, quali l&#8217;aggressività e l&#8217;ipersessualità, non erano conosciuti come possibili manifestazioni della malattia. Ecco perché, in sintesi, è ragionevole attestare che il vampirismo trae le sue origini da una serie di gravi e sfortunati casi di rabbia furiosa non riconosciuta.</p>
<p>E&#8217; interessante riportare come le analogie tra la rabbia e il vampirismo furono notate da un medico del tempo, rimasto anonimo, che affermò &#8220;&#8230; il vampirismo è una malattia contagiosa più o meno della stessa natura di quella che arriva dal morso di un cane rabbioso &#8230;&#8221;.</p>
<p>Una voce solitaria nella tanto conclamata epoca dell&#8217;Illuminismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Massimo Rizzi</p>
<address>Fonte: Neurology September 1, 1998 vol. 51 no. 3 856-859</address>
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